26/04/22

Sento il bisogno di


Gente che non si parla, gente che non si guarda negli occhi. Pezzi di terra si staccano dal suolo e non rimani che tu.

Le ferite, le malattie e la morte dell'essere chiamato uomo che non riesce più a distinguersi dall'animale. Inconsapevolmente, non resti che tu.

La ruota che gira, il bene che torna indietro sotto forma di male. Quel vizio straziante di viverla banale. E mi torna in mente che non rimani che tu.

Parole non dette, pensieri sussurrati e gesti sprecati. Quella voce che strilla dentro e tira fuori il peggio. Ma io mi sento meglio perché non resti che tu.

Balle, palle e facce quadrate che ti squadrano per renderti più debole di ciò che sei. Ma se non la finite mi va bene lo stesso, perché non rimani che tu.

Sentimenti annacquati, emozioni a metà che fanno il pieno di povertà. Ansia da prestazione, aria di contestazione.
Vieni come una camomilla nella mia pancia e mi ricordi che rimani tu.

25/04/22

La vita allo specchio

Erano passati anni dall'ultima volta che si era osservata allo specchio.  Certo gli era capitato più volte di specchiarsi, quasi ogni giorno, in realtà. Eppure non si era mai soffermata davvero su quella figura tanto familiare quanto sconosciuta. Nel frattempo il mondo aveva preso una piega inaspettata, così come la sua pelle, piegata e consumata dal verbo amare. Le stagioni procedevano spedite verso l'ignoto, gli ideali sotterrati rimanevano sotto terra, mentre il profumo dell'alba tramontava definitivamente. E mentre il trucco faceva il suo dovere, lei si chiedeva se avesse il diritto di essere felice. Una scomoda domanda che precedeva una scontata risposta; al diavolo. Avrebbe potuto chiedere proprio a lui, alla creatura demoniaca che possedeva i suoi sogni e li tramutava in assurdi incubi. Oppure, semplicemente, avrebbe potuto chiedere alla figura allo specchio, e attendere paziente di avere finalmente l'agognata risposta. Ma se avesse risposto o meno, se fosse riuscita a mettere insieme i pezzi e ad aggiustare ciò che si era rotto, avrebbe dovuto comunque fare i conti con la sua vita allo specchio. La donna, essenzialmente, una volta compresa e afferrata la propria natura, avrebbe dovuto dare un senso al suo essere lì in quell'istante. Al perché il suo viso era fatto in quel modo, e i suoi capelli più fradici di prima. Avrebbe dovuto allungare la mano verso il vetro e lasciarla andare oltre, cercando poi di dare una spiegazione ad ogni possibile scenario; universi e specchi paralleli, salite sconnesse e ripide discese ad ingannare l'anima. Che si stringeva e poi si allargava ad inseguire la vita.

28/07/21

Live


Erano sotto al palco a gustarsi gli odori e i sapori. Luci, fumo, birra e una dose di sesso lanciata dallo sguardo di Mirko, il bassista. Giulia l’aveva visto e se l’era tenuto per sé, mentre Anna era con gli occhi mezzi chiusi e non si era resa conto del siparietto fra la sua amica e il più fico della band.
Le bacchette di Ricky avevano dato il via al primo pezzo, che aveva già preso quei giri infernali e ribelli. Il basso di Mirko si era accodato alla batteria e ora anche lui partecipava alla festa. Anna era in trance. Sudava dentro. Giulia si muoveva come una creatura sconosciuta, le braccia verso il cantante che gli ricordava troppo Leo, suo storico ex. Era una cover dei T.Rex. A metà brano, qualcuno aveva vomitato sulle Converse bianche di Anna, riducendole uno schifo. Lei non ci aveva fatto caso e aveva continuato a saltare verso destra, dove con la coda dell’occhio aveva visto quel tipo.
Per Anna era il primo live, mentre per Giulia era già il terzo, se non contiamo il concerto privato in camera sua che le aveva concesso Mirko, il bassista. Quel pomeriggio lui aveva cambiato strumento e a lei era piaciuto molto.
Il fumo aumentava, le note salivano e le difese di Anna crollavano. La sua lingua era in contatto con quella del tipo a destra, mentre Giulia, alla sua sinistra, faceva centro con uno qualunque. Mirko l’aveva vista e, in preda alla rabbia, aveva tragicamente abbandonato il suo basso. Era andato fuori giri e aveva concluso il pezzo, e l’intero concerto, nel peggiore dei modi. Per Mirko non era il primo live ma, a giudicare dalla faccia del sosia di Leo, probabilmente sarebbe stato l’ultimo con loro.

25/07/21

Far finta che ci sei


Decidiamo insieme quale parte di letto ci spetta. Io propongo la sinistra per te, così sei più vicina al bagno.
Chi tace, acconsente.
Possiamo ordinare una pizza e magari riordinare le idee dopo, con più calma, quando il vizio di noi avrà sfiorato il tramonto.
Un cenno potrebbe bastare.
Se a te va, ma solo se a te va, potremmo stilare le liste dei nostri limiti, e vedere in quanti punti combaciano.
Parla più forte. Non ti sento.
Io credo che dovremmo farlo. Voglio dire, almeno proviamoci. Cosa rischiamo? Quante volte abbiamo già fallito e implorato i nostri occhi di non incontrarsi?
Eppure ti ho incontrata di nuovo per davvero, persa nei tuoi movimenti, con l’anima zuppa di sudore durante un pomeriggio d’estate. Andavi lenta come la nostra voglia di rinascere, poi hai accelerato con la voglia di sfuggire a ciò che era stato. Ed io mi sono ripromesso, ancora una volta, di smetterla di far finta che ci sei.

30/08/20

Cuori alla menta

Si erano incrociati in un anonimo ferramenta. Giulio aveva appena smesso di giocare e cercava chiodi e martello per appendere i suoi scarpini. A Martina serviva un filo robusto che fosse in grado di collegare gli eventi della sua vita, e scoprire così il motivo della sua personale dipartita. Entrambi ad un punto morto e sconfitti dagli eventi, erano giunti alla conclusione di essere dei perdenti. Mentre la radio passava You Know I’m No Good di Amy Winehouse, i loro occhi erano entrati in contatto e si erano presentati, prima con una certa timidezza e poi con una dolce carezza. Decisi a mettere da parte qualsiasi incertezza, Giulio e Martina si erano ritrovati a letto a scaldarsi l’anima a vicenda, mentre assaggiavano cuori di cioccolata con ripieno alla menta. Ma nessuno li aveva avvertiti che dopo i trenta il cuore si spaventa, e che presto sarebbero stati travolti da una nuova tormenta. Fermamente convinti dell’autenticità del loro colpo di fulmine, osservavano i vetri della finestra bagnarsi della loro intimità. E mentre fuori il tempo cambiava colore, il fresco sapore della menta aiutava a digerire ogni vecchio dolore.

27/08/20

Anna


Anna, che se la giri non si scompone, volteggia nei ricordi e si atteggia nei weekend. Sabato fish and chips, domenica sex on the beach. In costante ricerca dell’amore, da sempre in guerra con Costanza; con sfacciata arroganza, la sua amica di una vita le aveva rubato il ragazzo. Lei se l’era presa e poi si era data all’alcol, fissando la sua riabilitazione a data da destinarsi. Poi, dopo averle provate tutte, si era data e li aveva provati un po’ tutti; Paolo, Lorenzo, Alberto, i senza nome, i senzatetto e gli artisti del letto.
Anna aveva perso la dignità e poi anche il lavoro. Si era presa un anno sabbatico; Black Sabbath, 666 e 7 giorni su 7 a dannarsi l’anima. Aveva raschiato il fondo del barile e poi era stata salvata da quel vinile; dopo aver scoperto gli Abba, Anna aveva preso le distanze da un certo mondo. Al suo SOS aveva subito risposto Costanza; pace fatta.
Oggi si riaffaccia il weekend e la faccia di Anna inaugura il suo storico brand. Notte infinita, sudore tra le dita e via finché si muore.
Anna, che se la chiami non si scompone, si gira nel letto a pancia sotto e ci sorride dal suo lato più corrotto.

04/04/20

Demo



Aveva caricato le demo nel suo lettore portatile ed era uscito di casa, con addosso una maglietta ancora inumidita dai ricordi della sera prima. Il gruppo che aveva conosciuto lo scorso weekend era una band romana con un nome da incubo, secondo lui. Si chiamavano “Cane nel deserto” e non si capiva bene che genere facessero. Un simil rock mischiato con qualche goccia di jazz, forse, con l’aggiunta di una leggera spruzzata di elettronica. Ne veniva fuori un risultato sconcertante ma allo stesso tempo devastante, un cocktail allucinogeno che tentava di afferrarti dal principio e di portarti a fondo verso quel finale mai desiderato. Eppure, quelle note nemiche che facevano la guerra col suo udito iniziavano a prendere il loro spazio, entravano dentro al suo corpo senza invito e si mettevano comode sul divano, dopo aver spostato la sua roba e il suo equilibrio precario.
Aveva alzato gli occhi verso il cielo mentre finiva il primo pezzo. Gli aveva lasciato addosso una sensazione di naturale incompiutezza. Era il pezzo di apertura, cavolo, avrebbero dovuto curarlo nel modo giusto, pulire lo sporco e sporcare l’immacolato. Il loro nome doveva iniziare a spiegarsi, ad avere un senso, a dare almeno una vaga idea su cosa ci facesse quel cane nel deserto. Aveva lasciato la luna lì dov’era, nascosta dal più geloso dei giorni, e aveva ristabilito un contatto con la strada mentre il secondo brano si avviava verso una fase di stallo, dopo aver tracciato un percorso più popolare, quasi folkloristico. Il terzo sembrava fatto per arrivare dritto al cuore, una ballata che ti accarezzava i sogni e liquidava i tuoi incubi più neri. C’era una parte più frenetica, poi. Ma era un falso. Una presa in giro. Saliva in alto ma senza arrivare dov’era lecito aspettarsi, per poi scendere lentamente fino a ritrovare le più nostalgiche sonorità dell’amore. Il quarto, l’ultimo, era davvero molto veloce. Un pezzo di circa 3 minuti e mezzo che metteva le cose in chiaro; quel povero cane non era fatto per stare nel deserto, piuttosto su una pista da ballo del futuro rimasta imprigionata in un angolo sporco e deprimente del presente. Ma con un occhio furbo e rispettoso verso il meglio del passato.
Quelle demo gli erano piaciute anche se non sapeva bene il perché. Ma non erano le uniche che aveva ascoltato. C’erano gli altri due gruppi. Simili, magari, ma con maggior identità e consapevolezza rispetto alla band romana. Non poteva dare una chance a tutti. Entro quella sera avrebbe dovuto scegliere con chi lavorare e lui non si era fatto alcun’idea, neanche la più confusa.
La via di casa se la ricordava nel frastuono della sua testa, colpita a ripetizione da quella musica primordiale. Si era trasferito da poco. Le sue cose ancora sparse, i mobili fermi nelle pagine internet di Ikea. In effetti, lui, maschio incartato e riluttante nel definirsi uomo apertamente, riteneva il concetto di demo molto simile al suo stato attuale; un campione dimostrativo, registrato pure male, di una vita caotica ancora da comprendere e poi da sistemare. E un nome di donna da dimenticare.
Entrare da quel lato gli piaceva. Il piccolo giardino con la sua fragile natura lo accoglieva di nuovo, come all’inizio di ogni ritorno di fiamma. La porta finestra era stranamente aperta e lui era entrato con una certa tensione. Era sicuro di averla chiusa. Con passi lenti ma decisi, aveva percorso il corridoio che portava al salone quasi deserto. La creatura aveva preso posto sul divano, con la coda che scodinzolava, in mezzo alle sue cose e al suo equilibrio precario.
Un cane, dall’aria dolce e familiare di cui potersi innamorare al primo sguardo.