17/02/20
Velocità
Sembrava uscita da un film di azione da record al box office. Aveva l’aria di una che ne sapeva ancora poco di questo mondo, eppure più di quanto potevi saperne tu. Nella vita, faceva quello che facciamo un po’ tutti per sentirci vivi di fronte al sole e poi alla luna. Ma lei lo faceva con una onestà disarmante. Si immortalava in quei suoi abiti moderni che sceglieva con gusto, sicurezza e menefreghismo femminile, e avanzava verso la meta del giorno o della notte, passando attraverso un’infinita quantità di punti vivi che evidenziavano il suo fedele corpo e la facevano distinguere dalla massa. Difficile non riconoscerla fra altre mille. Impossibile non notarla in mezzo a cento.
Ma oggi, e anche ieri e poi domani, dov’era finita? Un tipo mi ha detto di averla vista entrare in un locale verso mezzanotte. Ma un altro tipo, alla stessa ora, mi ha detto di averla vista salire in macchina e partire veloce. Tutti, a gran voce, sembravano voler dare un contributo significativo per ritrovare quella ragazza senza nome che ormai era sfuggita anche ai social. Invisibile, inafferrabile e indomabile, la misteriosa ragazza era stata chiamata Velocità. In rete, era l’hashtag più in voga. In posa, naturale o con quel sorriso mai banale, infrangeva ogni regola conosciuta e spaccava da dentro gli schermi al plasma. Come un fantasma, Velocità si muoveva nella notte ma senza mettere paura. Ti passava vicino, sfrecciava dietro l’angolo e prima che tu potessi riprenderla era già arrivata all’altro capo della città. Ora c’era il sole. Ora pioveva a dirotto. L’arcobaleno, autentico lusso terreno, era un segnale del suo passaggio. Della sua armonia, solo un assaggio.
Oggi, un tipo mi ha detto di averla vista accanto a me. Ma io non la ricordo.
10/02/20
Mi sono accorta di te
Solitamente non cercava la felicità. L’attendeva, come le foglie più timide fanno con l’aria. L’amaro che stringeva nella mano gli ricordava quanta dolcezza aveva lasciato andar via negli ultimi tempi. Di colpo, si era reso conto di aver subìto il peso indiscusso di chi era stato più forte di lui. E di chi continuava ad esserlo, insolente e menefreghista verso il prossimo. Approssimava il calcolo effettivo del suo vissuto, arrotondava il numero degli anni passati e quelli futuri a seconda del proprio umore. Assecondava ogni sua discutibile inclinazione a farsi del male, rispettandosi e amandosi così raramente che gli era ormai sfuggito il significato. Parole che anche il vocabolario più aggiornato aveva abbandonato, ripiegando su termini più intuitivi e meno evocativi. Una qualche vocazione l’aveva anche avuta, forse, quando aveva iniziato quella cosa lì per poi lasciarla andare fino a dimenticarla. Aveva trovato un’altra cosa, poi, e aveva lasciato anche quella.
Solo quel locale aveva una qualche predisposizione a farlo riscoprire da capo. A conoscersi di vista, a riconoscersi attraverso il grande specchio dopo la vera conquista. Lei, apparentemente su un altro pianeta, lo aveva notato. Lo aveva fatto di proposito, a far cadere quella moneta. Si era avvicinata al suo tavolo, rossa. E con quella mossa un po’ goffa aveva lasciato un dolce biglietto accanto all’amaro: “Forse non lo sai, ma io mi sono accorta di te.”
28/01/20
Ruby Tuesday
-Tutto ok?- Domandò Mia mentre la serviva.
-Potrebbe andare meglio.- Disse Ruby.
-Ehi, sorellina, il caffè.-
Ruby era girata verso quel tavolo da quando aveva messo piede lì dentro. Non si era accorta nemmeno che il suo bel caffè fumante, ora, era lì che aspettava. Ne bevve un sorso, così, giusto perché l'aveva ordinato. Per quanto il posto non le andasse a genio, era una cosa che di solito si godeva. Quel giorno, invece, il caffè era diventato una pratica da sbrigare, ma che andava sbrigata con tutta la calma di questo mondo.
Mia stava servendo un cliente. Un piatto con Hamburger Lorette (cottura media) e patatine. Ruby la vide aggiungere del ghiaccio nel bicchiere di coca e poi tornare verso di lei con aria incuriosita.
-Chi dei due?-
-Cosa?-
Mia sospirò.
-Quale dei due ti piace? Il biondo o il moro?-
-Ma di che parli?-
-Di Mick King e suo fratello Sam.-
-Sono fratelli?- Ruby pareva davvero meravigliata.
-Si.- Rispose sua sorella. -Quello sulla destra, Sam, è biondo finto.-
Ruby sorseggiò un po' di caffè. Mia se la guardò.
-Ma a te piace Mick, vero sorellina?-
-La coca di quel tizio si starà scaldando.- Indicò Ruby con la testa.
-Ne dubito. Ne ho aggiunti ben 5, di cubetti.-
Ora Ruby si era girata di nuovo verso quei due.
-Se vuoi la mia opinione, stanne alla larga. Non girano belle voci sul suo conto.- Disse Mia.
-E sul mio, invece?-
-Tu non c'entri nulla con Mick King, sorellina. Sei dolce e carina, e lui...- Mia si fermò. Ora anche lei guardava verso il tavolo dei fratelli King. Mick aveva fatto cadere la birra addosso a Sam.
-Cazzo fai?- Gli disse. -Guarda come hai ridotto le mie Adidas.-
Mia appoggiò la mano sul braccio della sua collega.
-Vai tu, Anna?-
-Tranquilla, stai qui con Ruby.- Le sorrise.
Ruby posò la tazza, l'aveva quasi finito.
-Comunque io lo conosco, Mick King.-
Mia se la guardò, perplessa.
-Davvero?-
-Si, ci esco ogni sabato pomeriggio.-
-Ma non vai a studiare da Karen, di sabato?-
-Quella è una cazzata che racconto a mamma e papà.-
-Mi stai prendendo per il culo, sorellina?-
Ruby stava osservando Anna che puliva per terra, mentre Sam le guardava il culo. Mick era in piedi e sembrava volesse dare una mano.
-Guardami un po', Ruby.- Mia la richiamò all'attenzione. -Non è che andate a scopare?-
-Per niente.
Un tizio, nel frattempo, voleva ordinare. Mia gli fece segno con la mano, come per dirgli “non rompere i coglioni che sto parlando con mia sorella.”
-Allora dove cazzo vai, con quel coglione, di sabato pomeriggio?-
-Al poligono.- Disse Ruby.
Mia non ci stava capendo più niente.
-E che cazzo ci fai a fare, al poligono, con Mick King?-
Sapeva bene cosa si faceva in un poligono, ovviamente. Ma il fatto che ci andava sua sorella Ruby, era davvero una scoperta per lei. E che ci andava con quel soggetto era ancora peggio.
-Ora ti faccio vedere.-
Ruby mise la mano destra nella sua borsa, che pendeva dallo schienale dello sgabello, e tirò fuori un revolver che era più grande di lei. Aveva visto il tizio della coca che allungava il bicchiere verso sua sorella, per farselo riempire di ghiaccio, forse. Prese la mira, in fretta, e sparò un colpo, mandando in frantumi il bicchiere. Il tizio si guardò la mano che gli sanguinava, ma probabilmente si era ferito con il vetro perché il proiettile che era partito non l'aveva nemmeno sfiorata, quella mano.
Mia era a bocca aperta. Qualcuno aveva iniziato ad urlare, ma Mick era già davanti alla porta a vetri per non far uscire nessuno. Aveva anche lui una pistola, forse una Glock, e ora la stava puntando verso i clienti.
-Potrebbe andare meglio.- Disse Ruby.
-Ehi, sorellina, il caffè.-
Ruby era girata verso quel tavolo da quando aveva messo piede lì dentro. Non si era accorta nemmeno che il suo bel caffè fumante, ora, era lì che aspettava. Ne bevve un sorso, così, giusto perché l'aveva ordinato. Per quanto il posto non le andasse a genio, era una cosa che di solito si godeva. Quel giorno, invece, il caffè era diventato una pratica da sbrigare, ma che andava sbrigata con tutta la calma di questo mondo.
Mia stava servendo un cliente. Un piatto con Hamburger Lorette (cottura media) e patatine. Ruby la vide aggiungere del ghiaccio nel bicchiere di coca e poi tornare verso di lei con aria incuriosita.
-Chi dei due?-
-Cosa?-
Mia sospirò.
-Quale dei due ti piace? Il biondo o il moro?-
-Ma di che parli?-
-Di Mick King e suo fratello Sam.-
-Sono fratelli?- Ruby pareva davvero meravigliata.
-Si.- Rispose sua sorella. -Quello sulla destra, Sam, è biondo finto.-
Ruby sorseggiò un po' di caffè. Mia se la guardò.
-Ma a te piace Mick, vero sorellina?-
-La coca di quel tizio si starà scaldando.- Indicò Ruby con la testa.
-Ne dubito. Ne ho aggiunti ben 5, di cubetti.-
Ora Ruby si era girata di nuovo verso quei due.
-Se vuoi la mia opinione, stanne alla larga. Non girano belle voci sul suo conto.- Disse Mia.
-E sul mio, invece?-
-Tu non c'entri nulla con Mick King, sorellina. Sei dolce e carina, e lui...- Mia si fermò. Ora anche lei guardava verso il tavolo dei fratelli King. Mick aveva fatto cadere la birra addosso a Sam.
-Cazzo fai?- Gli disse. -Guarda come hai ridotto le mie Adidas.-
Mia appoggiò la mano sul braccio della sua collega.
-Vai tu, Anna?-
-Tranquilla, stai qui con Ruby.- Le sorrise.
Ruby posò la tazza, l'aveva quasi finito.
-Comunque io lo conosco, Mick King.-
Mia se la guardò, perplessa.
-Davvero?-
-Si, ci esco ogni sabato pomeriggio.-
-Ma non vai a studiare da Karen, di sabato?-
-Quella è una cazzata che racconto a mamma e papà.-
-Mi stai prendendo per il culo, sorellina?-
Ruby stava osservando Anna che puliva per terra, mentre Sam le guardava il culo. Mick era in piedi e sembrava volesse dare una mano.
-Guardami un po', Ruby.- Mia la richiamò all'attenzione. -Non è che andate a scopare?-
-Per niente.
Un tizio, nel frattempo, voleva ordinare. Mia gli fece segno con la mano, come per dirgli “non rompere i coglioni che sto parlando con mia sorella.”
-Allora dove cazzo vai, con quel coglione, di sabato pomeriggio?-
-Al poligono.- Disse Ruby.
Mia non ci stava capendo più niente.
-E che cazzo ci fai a fare, al poligono, con Mick King?-
Sapeva bene cosa si faceva in un poligono, ovviamente. Ma il fatto che ci andava sua sorella Ruby, era davvero una scoperta per lei. E che ci andava con quel soggetto era ancora peggio.
-Ora ti faccio vedere.-
Ruby mise la mano destra nella sua borsa, che pendeva dallo schienale dello sgabello, e tirò fuori un revolver che era più grande di lei. Aveva visto il tizio della coca che allungava il bicchiere verso sua sorella, per farselo riempire di ghiaccio, forse. Prese la mira, in fretta, e sparò un colpo, mandando in frantumi il bicchiere. Il tizio si guardò la mano che gli sanguinava, ma probabilmente si era ferito con il vetro perché il proiettile che era partito non l'aveva nemmeno sfiorata, quella mano.
Mia era a bocca aperta. Qualcuno aveva iniziato ad urlare, ma Mick era già davanti alla porta a vetri per non far uscire nessuno. Aveva anche lui una pistola, forse una Glock, e ora la stava puntando verso i clienti.
02/01/20
Confessioni di un fantasma
Avevo raggiunto la vetta del Picco di Circe. Non il punto più alto, in realtà. Mi ero seduto su un sasso e aspettavo i miei compagni che avevano proseguito fin su. Mi era stata presentata come una passeggiata da primo dell’anno, quella roba lì. “Tranquillo. Jeans e un paio di scarpe da ginnastica andranno benissimo”. Si, come no.
Ero abbastanza stremato e non volevo credere al fatto che, molto probabilmente, la discesa sarebbe stata ancora peggio. Me ne sarei reso conto qualche minuto più tardi, quando le gambe avevano iniziato a tremare e a maledirmi ad ogni passo.
Il sole riscaldava le rocce e parte del mio corpo. Mi batteva in faccia e sulle braccia. Non era ancora sceso del tutto ma quello che si stava preparando era, senza dubbio, un tramonto da afferrare e da portarsi dietro per un bel po’.
Avevo preso in mano l’iPhone per scattare qualche foto ma i raggi del sole non mi mollavano. Avevo abbassato lo sguardo e, in quel momento, mi era sembrato di non essere più solo. C’erano delle voci che provenivano più avanti, verso la fine del monte, ma in quel punto preciso non c’era nessuno, a parte me. Mi ero liberato dell’iPhone ed ero tornato ad osservare una roccia poco distante. Era l’ultima prima del nulla. Dopo di lei, solo l’orizzonte che iniziava pian piano a prendere i colori di un’arancia non ancora matura. Ero davvero esausto ma nel frattempo ero riuscito a rilassarmi e a ritrovare una buona percentuale di lucidità. Poco meno della metà, forse, in linea con la batteria del cellulare.
Era pieno, di rocce simili a quella. Eppure, per un attimo, mi era sembrato di notare qualcosa di diverso. Qualcosa che ora stava tornando, con molta lentezza, fino a rivelarsi totalmente per quello che era: una mano. Una mano bianca, molto bianca, che afferrava la roccia. Poi, sempre lentamente, era spuntato un viso con dei capelli lisci, di media lunghezza, che danzavano seguendo il leggero soffio del vento. Le avevano coperto il viso, per un attimo, poi lo avevano liberato mostrandolo nella sua interezza; un volto spento di ragazza si era affacciato oltre quella roccia, e aveva costretto le mie mani a posarsi rigide sul sasso su cui sedevo.
Per qualche secondo, il gelo aveva preso possesso del mio corpo. Non aveva bussato. Aveva semplicemente sfondato la porta del mio petto, era entrato e ci si era chiuso dentro. Respirare profondamente era necessario ed era ciò che tentavo di fare, stringendomi nella mia felpa per cercare di resistere a quei maledetti brividi. Ma lei mi stava fissando, e allora ciò che mi ero promesso di fare rischiava di diventare davvero molto complicato.
-Potresti almeno chiedermi se mi serve aiuto, eh?-
Ora aveva iniziato anche a parlare. La mia bocca era cucita. Il gelo avrebbe potuto uccidermi all’istante.
-Ti...ti serve aiuto?- Le avevo chiesto, infine, tirando troppo per le lunghe quel ti.
-Mi prendi anche per il culo? Comunque grazie ma credo che tu non possa aiutarmi.-
-Potrei provarci, se vuoi.-
-Davvero?-
-Si.-
Mi ero allungato e avevo portato la mia mano accanto alla sua. Poi l’avevo stretta ma non avevo preso nulla. Non c’era. Era una mano vuota. E da vicino era ancora più bianca.
-Visto? Che ti avevo detto?-
Mi ero sentito in colpa e mi ero tirato indietro, di nuovo seduto su quel sasso. Ci stavamo fissando a vicenda, entrambi sorpresi da quel singolare incontro.
-Dovrei risalire ma non ci riesco. Dovrei farlo davvero. Temo di non avere più molto tempo.-
-Non so perché riesci a vedermi e a parlare con me,- Aveva proseguito. -Evidentemente ci sarà un perché. Ad ogni modo, visto che sei qui, avrei da farti una confessione, se non ti dispiace.-
Il gelo se n’era andato, quasi del tutto. Volevo ascoltarla, più di ogni altra cosa.
-Dimmi.-
-Ok. Non è una cosa facile. Non l’ho detto a nessuno, prima d’ora. Io sono caduta, non so se l’avevi capito. Ma credo che non sia stato un incidente, anzi, ne sono sicura. Ero qui con il mio ragazzo, mi sono girata e ho perso l’equilibrio. Credo sia stato lui, a spingermi.-
Il gelo era tornato. Così forte da paralizzarmi.
-Eravamo soli, come siamo soli ora io e te. E se qualcuno non mi avesse toccata, io non sarei caduta. Il fatto è questo; ho passato un mucchio di tempo a domandarmi perché. Ho pensato e ripensato. Sono andata indietro con la mente e ho cercato nelle nostre vite, sperando di arrivare a capire, finalmente, cosa possa aver fatto di tanto orrendo per meritare questo.-
Per la prima volta da quando si era affacciata da quella roccia, la ragazza pallida aveva abbassato lo sguardo. Timorosa, a disagio.
-Se riuscissi a capirlo, credo che potrei andarmene da qui. Sarebbe una bella cosa, per me.- Era tornata a guardarmi. Cercava di ritrovare una forza interiore, una dignità che si era pian piano spenta come il colore della sua pelle.
-Ma ti sto ammorbando, mi sa.- Mi aveva detto, col sorriso più sincero che avesse potuto fare.
Io ero lì a guardarla e ripensavo alla sua storia. Al finale, più che altro. Così doloroso che anche il vento si era concesso una pausa e aveva smesso di soffiare.
-No, per niente.- Non ero riuscito ad aggiungere altro. Poi, ripensandoci, qualcosa da dirle l’avevo trovata. -Io non ti conosco e non ho idea di come sia stata la tua vita. Ma ora che ti guardo negli occhi, sono più che convinto che, qualsiasi cosa tu abbia fatto, non debba essere per te un tormento. Non cercare spiegazioni dove non puoi trovarle, non trascinare la tua nuova esistenza sopra questo picco. Per quanto sia incantevole, non ne vale davvero la pena.- Le avevo sorriso anche io. Avevo cercato di farlo come lo aveva fatto lei, ma sapevo di non esserci riuscito.
-Facciamo così,- Le avevo detto. -Ora io inizio la discesa. Ne avrò per un po’, di sicuro. Per un bel po’. Nel frattempo, tu fai quello che devi e poi ti stacchi da quella roccia. Prenditi il tempo che ti serve, senza fretta. Guarda l’orizzonte. Quando avrà il colore di un’arancia matura, fallo. E ricomincia ad amarti.-
-Ok.- Mi aveva regalato un altro sorriso. L’ultimo, forse. Il più amaro ma il più sincero.
Il vento era tornato a soffiare leggero. I suoi capelli lisci brillavano sul mare.
Con qualche difficoltà e con una scivolata alquanto imbarazzante, ero riuscito infine a tornare giù, al punto da cui ero partito. Avevo preso un gran respiro e poi mi ero voltato, avevo alzato lo sguardo verso il cielo e avevo visto la ragazza color arancio, immersa in quel sole sottile ma ancora caldo.
20/12/19
Una notte a Berlino
C'era un'atmosfera da ultima volta mentre la luna accendeva gli animi dei berlinesi, e le stelle, disposte in modo confuso come spettatori di un concerto punk, ardevano di vita e si spingevano l'una contro l'altra, rabbiose, furiose; il cielo era il loro sconfinato mondo nel quale avevano trovato un giusto padre. Severo, forse, ma sempre attento ai loro bisogni. Però, quella notte non era la solita notte. E le stelle, così come la luna, sentivano giungere un profondo senso di inquietudine che neanche il padre più sensibile avrebbe potuto alleviare.
Stavano camminando intorno ad Alexanderplatz mentre divagavano su ogni possibile argomento proposto dalle loro teste, con una certa onestà ma anche con la voglia di avvicinarsi a vicenda e ritrovare quei necessari meccanismi di coppia, perduti in qualche luogo oscuro.
- Ma tu hai capito dove siamo? - Miriam si era guardata intorno e non aveva visto nulla di familiare.
- Fammi pensare... - Le aveva risposto, mentre prendeva tempo per cercare di orientarsi.
Francesco se lo ricordava, quel punto. Una grande via che avevano percorso qualche ora prima, forse. Ma ora, con la notte che avanzava, aveva perso gran parte dei riferimenti che aveva collocato nella sua mente frastornata, seppur giovane.
- Non dovrebbe mancare molto, credo. - E lo credeva davvero, ma nel frattempo sperava di avere la classica botta di culo che ti salva in momenti simili.
Se non avessero trovato in fretta la fermata giusta, avrebbero rischiato di arrivare tardi e, come da regola, sarebbero stati cancellati dalla lista.
Il freddo iniziava a far male, così come i ricordi di un tempo vivo e leggero che ora sembrava lontano anni luce. I loro cuori iniziavano ad indurirsi. La loro mente perdeva lucidità.
Avevano girato l'angolo e avevano riconosciuto la fermata. Dopo qualche minuto di attesa, in cui i due ragazzi si erano scrutati a vicenda in cerca di uno sguardo conosciuto, di un viso caldo che stemperasse il clima di una notte berlinese che stava per esplodere, la navetta era finalmente arrivata.
A bordo, c'era un leggero brusio provocato da altre due coppie. Una era seduta, mentre l'altra era in piedi e si reggeva con forza alle maniglie che pendevano dall'alto. Il conducente doveva avere una gran fretta, vista la velocità a cui andava.
I due ragazzi si erano guardati a vicenda, prima di decidere se sedersi o rimanere in piedi. C'era un fatto particolarmente strano, e forse preoccupante, che li aveva messi in allarme.
- Li vedi anche tu? - Aveva esordito Miriam.
- Si. - Le aveva risposto Francesco. E continuava a guardare Miriam con quel punto interrogativo immaginario che spuntava sulle teste di entrambi.
Le altre due coppie indossavano una maschera che imprigionava i loro volti. Maschio e femmina si distinguevano per il genere di maschera scelto; c'era una gatta accompagnata da un qualche genere di uccello, e un essere con il naso a punta che teneva per mano una ragazza con un mucchio di piume al posto dei capelli. I loro occhi erano nascosti, così come le loro emozioni. Francesco e Miriam, a confronto, erano nudi. Avevano iniziato a sentirsi a disagio ed erano andati a sedersi in fondo, distanti dalle maschere.
- Cosa facciamo? - Aveva chiesto Miriam, visibilmente nervosa.
- Tranquilla, - Le aveva risposto Francesco, che cercava di rilassare i nervi della sua ragazza mentre provava a fare lo stesso con i propri. - Magari ce la daranno una volta arrivati lì. -
- Si, può darsi. Ma perché loro ce l'hanno già? -
- Non lo so. Magari era un'opzione. Voglio dire, forse si poteva scegliere se andare già in maschera oppure farsela consegnare sul posto. -
Magari era come diceva lui, oppure no. Ad ogni modo, forse, non avrebbero dovuto scoprirlo perché c'erano degli animi che si stavano scaldando. La coppia che era in piedi aveva iniziato a discutere. La gatta gesticolava. L'uccello stava per perdere l'equilibrio a causa di una brusca frenata. Poi, nel silenzio totale, le due maschere si erano girate verso Francesco e Miriam e si erano scambiati un ultimo sguardo prima di procedere verso di loro. Erano giunti davanti ai ragazzi e si erano tolti le maschere, e avevano pronunciato qualche parola in tedesco che i due non erano riusciti a decifrare.
- Dicono che ci hanno ripensato. - Chi era stato a parlare con quell'accento straniero?
- Che non sono sicuri del loro amore e che non se la sentono di rischiare. - Aveva proseguito il conducente.
La navetta si era fermata. Le porte si erano aperte. La coppia che era in piedi aveva lasciato le maschere a Francesco e a Miriam. Poi era scesa.
Francesco aveva guardato Miriam. Un'altra botta di culo.
Avevano indossato le maschere e ora cercavano di rilassarsi, mentre la navetta tornava nel traffico di Berlino.
La notte stava per prendere totale possesso del loro mondo. Francesco si sentiva pieno di dolori, le ossa in movimento perenne e i muscoli tirati. Miriam aveva accavallato le gambe nel tentativo di porsi ad un livello superiore, la metà della coppia che era più brava a superare qualsiasi evento. Qualsiasi tormento.
Il freddo era penetrato all'interno di quella navetta che ora sembrava condurli all'Inferno. Il tipo alla guida aveva annunciato poco tempo prima che, purtroppo, il riscaldamento era fuori uso. Solo l'arrivo di altre coppie in maschera aveva fatto salire leggermente la temperatura percepita.
I due ragazzi, senza saperlo, avevano iniziato entrambi a pensare alla loro storia. Cosa li aveva condotti lì? Per quale motivo, ora, erano in quella città insieme ad altre coppie mezze distrutte? Cosa si aspettavano da Engel e dalle sue cure?
Engel si trovava nei sotterranei di un palazzo abbandonato nella periferia di Berlino. Non saprei dirvi come Francesco e Miriam fossero venuti a conoscenza di Engel e dei suoi metodi. Amici comuni, forse. Ad ogni modo, avrebbero scoperto più avanti in cosa consistevano e, forse, a saperlo prima, avrebbero scelto una via più classica e meno invasiva per tentare di risolvere i loro problemi; uno psicologo, magari. Una vacanza, se avessero vinto abbastanza soldi da andare lontano. Distanti da ogni forma di vita conosciuta, alla scoperta della loro stessa natura. Vibrante, originale, sognatrice, che era stata consumata quasi del tutto da quel ridicolo gruppo di individui, definito società moderna.
La navetta era entrata nel palazzo e aveva percorso una discesa che conduceva al più totale buio. Nessuno poteva vedere qualcosa in quelle condizioni. Nessuno che fosse umano.
Il conducente aveva fermato il veicolo, aveva aperto le porte anteriori ed era sceso, da solo. La luce era tornata a illuminare l'ambiente e aveva rilevato una sconvolgente verità. Le piccole mani di Miriam le coprivano la bocca per non farla gridare fino a morire. La bocca di Francesco era spalancata, rimasta bloccata come se si fosse paralizzata alla vista di quella cosa. Gli aveva ricordato una creatura che aveva visto in un film horror qualche giorno prima; una specie di diavolo con un cappello marrone e un lungo cappotto che gli arrivava fino agli stivali. Ma ora quella cosa era lì davanti ai suoi occhi, viva, crudele, pronta a svolgere i suoi doveri. Se ne stava lì fisso a guardare le maschere, inespressive solo in apparenza. Poi, dopo averli scrutati abbastanza a lungo da farli sentire in preda al panico, era tornato al posto di guida e aveva aperto anche le altre due porte. Era un chiaro invito a scendere. E lo avevano fatto tutti con rapidità, mentre la creatura sorrideva, seduta, passandosi la lingua intorno alle labbra nere.
Erano stati scortati da un normalissimo uomo ben vestito, fino ad una grande sala con decine di poltrone, disposte una di fronte all'altra. Le poltrone formavano un cerchio. Al centro di esso, c'era Engel; una creatura che ricordava una donna ma che era molto lontana dall'essere umana.
Credo di non potervela descrivere con precisione. La sua immagine era sfocata, imprendibile, affascinante per quanto celasse dentro di lei una natura sconosciuta e così distante dal nostro mondo. Francesco e Miriam si erano seduti, come tutti gli altri, e ora si guardavano negli occhi. Accanto a loro, sul bracciolo destro della poltrona, c'era una grande siringa con sopra un'etichetta con scritto "Fidelio". Si sarebbero dovuti sparare quella roba nelle vene e avrebbero così dominato la coppia, le loro ansie, le loro paure. Si sarebbero levati di dosso quelle maschere, mostrando finalmente le loro autentiche personalità. Senza filtri né ostacoli.
Alexanderplatz era illuminata da una notte insolita. La luna concedeva alle stelle di giocare alla guerra. Il mondo regrediva. Il sangue colava. L'amore trionfava.
20/11/19
Amore artigianale
La vista del sangue gli procurava una certa angoscia, per così dire. In quel momento, però, era più che altro una scocciatura. Era davanti allo specchio, suo nemico giurato da tempo, intento a controllare la bontà della sua rasatura. C’erano delle parti da sistemare, aveva notato, ma quello che più gli premeva, in realtà, era fermare il sangue che si intravedeva in ben cinque punti distinti: due erano fra il naso e il labbro superiore, gli altri tre appena sotto al mento. Non davano alcun dolore, quasi non si sentivano per quanto erano piccoli. Il fastidio, più che altro, era l’idea di doverli tamponare con un cotton fioc e magari anche dell’acqua ossigenata, nel caso il sangue non si fosse fermato al primo tentativo. E dato che quei minuscoli tagli non ne volevano sapere di dargli tregua, Andrea aveva bagnato per bene i cotton fioc e li aveva premuti contro le ferite, che già dopo qualche secondo stavano per diventare totalmente invisibili all’occhio umano.
Andrea era giovane. Sui 25 o poco più. In quel periodo, se ricordo bene, aveva avuto una pesante perdita d’amore, di quelle per cui si finisce mai di soffrire. Roba che ti porti avanti finché campi, di sicuro. Lei, Miriam, era stata al suo fianco per circa 6 anni. Si erano lasciati più di una volta ma si erano sempre ritrovati, davanti ad una pizza o sotto le coperte quando fuori pioveva a dirotto. Poi, dopo l’ennesimo punto morto, era giunta la rottura definitiva. Lui ci sperava, in realtà, che quella rottura potesse diventare nuovamente una passione ritrovata, che li avrebbe condotti chissà dove ma comunque da qualche parte, insieme. E magari anche lei, lo sperava. Ma, a conti fatti, fra i due si erano interrotti i contatti. Spezzati, bloccati. Forse per sempre, come pensava Andrea. Un’ipotesi plausibile che lo aveva fatto entrare in una pericolosa spirale di sofferenza e di incubi.
Erano circa le 22. Si era dato un’ultima occhiata allo specchio e aveva deciso che poteva andare. Era passabile. Aveva deciso, seppur stanco dalla giornata di lavoro, che quella sera non gli andava per nulla di buttarsi a letto e cercare qualcosa da vedere in tv. Sapeva che avrebbe iniziato a cambiare canale ogni minuto senza trovare qualcosa che stimolasse davvero il suo interesse. Aveva pensato di fare una chiamata a suo fratello ma poi aveva subito rinunciato, dando per scontato che avesse avuto di meglio da fare che uscire con lui. Si era messo qualcosa addosso, senza soffermarsi troppo su come gli stava quel giacchetto nero su quegli anonimi jeans come n’era pieno il mondo. Era uscito senza avere una meta, come spesso gli capitava in quei giorni, con la voglia di ritrovarsi con l’animo leggero, in pace, senza dover assecondare le immagini sparate dalla sua testa, piene di ricordi ma di una sola voce che lo faceva affondare nel marciapiede mentre camminava. Ovunque si fosse ritrovato dopo un’ora o più, Andrea sperava di volare fra le braccia di una donna, passare la notte da protagonista, con lei, levarsi di dosso il male e smetterla di vivere di riflesso.
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Si chiamava Lucia, ma in pochi la chiamavano così. Le conoscenze di vecchia data, forse, che non sapevano che quella strana bambina era ormai cresciuta e aveva deciso che Lucy era un nome meno banale e più affascinante. Proprio come lei, oggi, che aveva circa 30 anni e possedeva un piccolo pub a Trastevere, che aveva chiamato “Lucy”, non lontano da San Cosimato. Non era stata casuale la scelta del posto; Anna, la sua povera madre che era morta di cancro qualche anno prima, aveva un banco di frutta proprio in quella piazza. Del padre, che io sappia, non c’era mai stata l’ombra. Qualcuno, però, diceva di averla vista una mattina mentre passava per la piazza accompagnata da un uomo. Aveva il suo zainetto in spalla, sorrideva neanche su richiesta come sempre, ma in quell’occasione non era certo la mano della madre che stringeva. Ma quello era rimasto un caso. Perché nessuno, in realtà, ha mai saputo qualcosa di concreto sulla figura del padre. E delle tante voci che giravano in merito, io, come altri, ho ritenuto sempre che ce ne fosse una, più di tutte, che nella sua spropositata assurdità poteva avere un fondo di verità. Da piccola, si credeva che Lucia potesse essere imparentata con qualche creatura demoniaca. Si era giunti addirittura a ritenerla la figlia del Diavolo solamente perché non era incline a sorridere al prossimo. Certamente un motivo piuttosto ridicolo e triste. Ciò che invece aveva fatto pensare anche a me che la piccola Lucia potesse essere qualcosa di insolito, era quell’espressione che avevo visto nei suoi occhi, soprattutto nel periodo in cui era diventata Lucy. Mi aveva ricordato, per un attimo, Emmanuelle Seigner seduta a letto davanti a Johnny Depp ne La Nona Porta di Polansky; due occhi impossibili da decifrare, appartenenti ad un altro mondo, che si immergevano totalmente nei tuoi nel momento in cui entravano in contatto. Rischiavi di rimanere fermo per una quantità di tempo immensa finché lei non avesse sbattuto le palpebre, ricordandoti di essere fatto di carne e di ossa.
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Stretto nel suo giacchetto, con il cappuccio che lo riparava dalla leggera pioggia e dal mondo invadente, Andrea camminava insicuro per le vie di Trastevere, non seguendo alcun percorso nella sua mente. Aveva preso il cellulare per controllare l’ora. Erano le 22.35. Stava pensando che si sarebbe potuto fermare a bere qualcosa al prossimo locale che lo avesse ispirato di più. Non faceva particolarmente freddo ma ci stava decisamente bene qualcosa di forte, giusto per tenere i pensieri al caldo in vista dell’idea che gli avrebbe cambiato la vita. Ma forse, in realtà, Andrea non sapeva nemmeno cosa stesse cercando; se un nuovo lavoro, un’altra donna, una più onesta consapevolezza del proprio essere, oppure, magari, una semplice cornice per dare risalto alla sua anima e riaccenderne la passione.
Si era fermato davanti ad una vetrina che rivelava parzialmente l’interno di un piccolo pub. Era invitante, secondo lui, e le poche persone sedute ai tavoli davano l’impressione di godersi davvero ciò che stavano bevendo. Dietro al bancone c’era un omone, forse un po’ goffo ma dall’aria simpatica, intento a servire l’unico cliente che sedeva su uno degli sgabelli. Stranamente, però, non aveva ancora visto qualcuno che serviva ai tavoli. Magari era in pausa.
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Erano circa le 22.30. Lucy, ferma davanti allo specchio della sua camera, si osservava attentamente alla ricerca di un qualche difetto che la facesse sembrare più umana di quanto sembrava. Aveva quell’espressione. Quello sguardo che andava al di là della nostra comprensione e del nostro modo di vedere le cose. Lo specchio, in silenzio e immobile di fronte a lei, ne restituiva un’immagine solo parziale. Non riusciva, pur sforzandosi, a mostrare Lucy nella sua totalità e a rivelare alla stanza tutti i segreti della sua vera natura.
Aveva indossato un impermeabile nero ed era scesa giù nel locale. Chiunque si sarebbe voltato a guardarla ma non la clientela del suo pub, che evidentemente era abituale. Aveva fatto un cenno ad Ulisse, il suo fidato barman e tuttofare, ed era uscita all’esterno. Si era girata a destra, poi a sinistra, e aveva visto quel ragazzo davanti alla vetrina del suo pub. Lucy aveva da fare, cose da sbrigare in fretta che le avrebbero portato via una mezz’ora al massimo, ma in quel momento le sembrava più giusto volgere le sue attenzioni a quell’anima che le aveva dato l’idea di essere completamente in pena.
- Mi sono sempre chiesta perché indossate il cappuccio anche quando non piove. -
Il ragazzo, preso alla sprovvista, si era voltato verso di lei e poi non aveva più smesso di guardare i suoi occhi, finché lei non aveva parlato di nuovo.
- Ha smesso, eppure tu, come altri, indossi quel cappuccio che ti nasconde il volto. Non starai mica pensando di rapinare il mio pub, vero? - Gli aveva chiesto, sorridendo. - Perché non ci troverai molto, di martedì. -
Il ragazzo aveva alzato gli occhi al cielo, non aveva sentito la pioggia sulla faccia e si era levato il cappuccio. Poi era tornato a fissare la donna che gli stava davanti. Gli sembrava di averla già vista da qualche parte ma lui, in quel posto, non ci era mai stato. E a Trastevere non ci capitava spesso.
- In realtà ha smesso da poco. - Le aveva risposto. - E stavo pensando di bermi qualcosa. -
Era tornato a guardare all’interno del locale. - Il tuo pub sembra davvero un bel posto. -
- Lo è. - Gli aveva detto Lucy. - Entra, ti farò prepare qualcosa di speciale. Offro io. -
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Una volta entrato, Andrea aveva subito riconosciuto il pezzo. Era “Seventeen” dei Ladytron. La situazione che si era creata, seppur piacevole, era abbastanza particolare per lui che non era certo abituato a ricevere drink in offerta, tantomeno da donne affascinanti come lo era lei. E il fatto di trovarsi in un posto gradevole con della musica che apprezzava, gli dava più sicurezza. In qualche modo, aveva con sé un po’ del suo mondo.
Avevano preso il tavolino più distante dal bancone. Si erano presentati, ma, a parte i nomi, non si erano raccontati molto a vicenda. Lei lo aveva messo a suo agio con qualche battuta e poi aveva chiamato il tipo dietro al bancone. Era grosso, ancora più di quello che sembrava a vederlo da fuori. Lucy aveva ordinato un’acqua tonica con limone, per lei (gli aveva detto di aver bevuto fin troppo per quella sera), e un “Craft Love” per Andrea.
- Dimmi almeno con cosa è fatto, allora. - Le aveva detto lui. Curioso ma anche un po’ preoccupato del fatto di non sapere cosa avrebbe mandato giù. Gli piaceva bere, ogni tanto. Reggeva un po’ tutto. Ma cose del tipo “bere a sorpresa” non gli andavano molto a genio.
- Fidati, è buono. Non devi sapere altro. Poi voglio un giudizio sincero, però. -
- D’accordo. - Le aveva risposto lui, che sapeva di non avere altra scelta. D’altronde, che motivo avrebbe avuto per non accettare un drink da una come lei? E comunque, una volta, aveva assaggiato anche l’assenzio. Poteva essere più forte dell’assenzio?
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Quello che poco prima poteva essere considerato un docile agnello che sorseggiava il suo drink, ora era diventato un lupo famelico che divorava il corpo della sua donna per una notte. Molto probabilmente, Andrea e Lucy avevano ben poco in comune. Ma ora, al di là di qualsiasi previsione, erano nello stesso letto a scambiarsi il loro sesso a vicenda.
La camera di Lucy, in fondo al corridoio sopra le scale del pub, era una camera come qualsiasi camera di un discreto hotel, arredata con lo stretto necessario. L’unico dettaglio che la rendeva un minimo personalizzata, era quel quadro orizzontale posto alle spalle del letto, sopra la testiera. Ritraeva Iggy Pop durante un concerto, in una delle sue pose più caratteristiche, rigorosamente a petto nudo. Sia alla destra che alla sinistra del quadro, c’erano due piccole casse da cui si sentiva della musica; prima “Cry for Love” e ora “Home”. Nella parte opposta, c’era lo specchio verticale di Lucy. Se io, oppure chiunque altro, fossi entrato in quel momento nella stanza, quasi certamente mi sarei dovuto levare ogni cosa di dosso a causa dell’elevata temperatura. Quanti gradi ci fossero non ne ho idea, ma vi dico che il vetro della finestra, a un certo punto, si era completamente appannato. Non c’era il riscaldamento, e la piccola stufa ai piedi del letto era spenta. I corpi dei due amanti si erano scaldati così tanto quasi da far andare in fiamme l’intero edificio. Andrea non poteva vedere ciò che stava accadendo a Lucy, perché in quel momento la sua faccia era attaccata alla sua vagina, ma se avesse potuto vedere, forse, si sarebbe fermato almeno per un secondo e avrebbe cercato di razionalizzare ciò che i suoi occhi gli avessero proposto.
A Lucy erano spuntate un paio di corna rosse, che finivano con una punta sottilissima. Una delle due, la destra, aveva una particolarità; una specie di campanellino era posto nella parte più alta. In pratica, aveva una sorta di piercing che suonava ad ogni suo movimento. Andrea non se n’era accorto perché quello che aveva in bocca gli aveva fatto perdere completamente la cognizione del tempo e dello spazio. Non si era reso conto, almeno fino a quel momento, che quella roba che stava succhiando assomigliava tantissimo al “Craft Love”, quel drink che aveva sorseggiato come un agnellino poco tempo prima. E non si era reso conto neanche del fatto che Iggy Pop aveva iniziato a muoversi sul palco, sulle note di “Cold Metal”. Andrea e Lucy, senza dubbio, si trovavano nel nostro stesso universo. Ma posso garantirvi che, se io o chiunque fra di voi avesse varcato la soglia di quella stanza, in quel preciso momento, si sarebbe ritrovato davanti agli occhi una situazione inconcepibile per il modo in cui siamo stati abituati a vedere questo nostro mondo.
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Andrea era steso a letto, su un fianco, consumato da quel sesso demoniaco. Aveva gli occhi mezzi chiusi ma riusciva ad intravedere Lucy appollaiata al soffitto, in qualche modo, mentre si masturbava e faceva cadere il suo amore artigianale verso il pavimento, dove c’era ad attenderlo un secchio di medie dimensioni. Andrea era riuscito a vedere tutto, più o meno. Aveva goduto, prima. Aveva sopportato, poi. Ma ora, in preda ad un’assoluta decadenza fisica e mentale, si era lasciato andare.
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Andrea era steso a letto, a pancia sopra. Su di lui, intento a lavorare con un coltello, c’era Ulisse, il barman tuttofare del “Lucy”.
- Non è una questione personale, amico, ma devo tirare fuori il tuo cuore dal petto per aggiungere una spruzzatina di sangue a quella roba. - Gli aveva detto Ulisse, indicando il secchio.
- Per completare il drink, capisci? -
Andrea, ancora in sé, si era girato e l’aveva visto. Poi aveva dato un’occhiata verso l’alto. Lucy non c’era più. Si era girato nuovamente verso l’omone che, stranamente, aveva conservato quell’aria simpatica da autentico barman che sa prendersi cura dei propri clienti. Le cure che ora, invece, stava riservando ad Andrea, erano completamente distorte e maniacali. Si divertiva, ci girava intorno a quella meta rossa chiusa in quel corpo che ormai, in ogni caso, era quasi finito. Giusto il tempo di fargli ripensare a quando, poche ore prima, era davanti allo specchio del suo bagno e si preoccupava di fermare il sangue che usciva da quei minuscoli tagli; un momento di assoluto piacere, se paragonato alla sua condizione attuale.
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Erano andate in quel pub come ormai facevano spesso dopo che Miriam le aveva chiesto un po’ di supporto. Aveva bisogno di avere gente intorno. Era uno di quei momenti. Uno dei peggiori.
Davanti ad un “Craft Love”, la specialità del locale, Erica cercava di farle passare il male. O almeno di attenuarlo.
- Quindi, fammi capire bene… - Le aveva detto.
- Cosa senti, ora? -
Miriam non le aveva risposto. Aveva preso il suo bicchiere e aveva quasi finito il suo drink. Poi aveva dato un’occhiata al suo cellulare.
- È quasi mezzanotte. È tardi. - Le aveva detto.
Ma Erica non avrebbe mollato la presa. Se Miriam voleva il suo aiuto, lei ci avrebbe provato. Avrebbe cercato di trovare una soluzione, una via d’uscita più giusta ma comunque sopportabile. Però lei, da parte sua, avrebbe dovuto aprirsi.
- Lo ami ancora, vero? - Aveva insistito Erica.
Miriam aveva ripreso il bicchiere e aveva finito tutto il suo “Craft Love”. Poi aveva sospirato così intensamente da far muovere le pareti del pub.
- Si, cazzo. - Le aveva risposto. - Lo amo perdutamente. -
01/08/19
Il Posto
C'è un posto, nella tua anima, dove puoi andare ogni volta che ne senti il bisogno.
Ma non è facile arrivarci, giungere a quel livello di calma che consente di aprire la serratura e poi richiuderla, e decidere spontaneamente di tornare a casa.
Il brutto di un rapporto che dura negli anni è che quando si arriva a quel punto, quello che siamo soliti definire morto, non si riesce a farsene una ragione e spesso non si riesce neanche a guardarsi negli occhi dell'altro per più di 5 secondi. Che è il minimo indispensabile per riuscire a capirci qualcosa.
E se non si riesce a farlo, il rischio è quello di ritrovarsi accanto una persona che si ama, che si rispetta, che si vuole un dannato bene ma che purtroppo, naturalmente, non si sa più chi sia. Non la conosci più perché hai smesso di viverla da tempo, magari, senza rendertene conto oppure senza guardare in faccia la tua realtà, davanti ad uno specchio che lacrima la tua sofferenza da mattina a sera.
Che sia difficile, impossibile, anzi, improponibile, arriva il momento in cui prendere per mano la tua mano e andare a fare due passi in quel posto che ti hanno fatto conoscere da bambino, quando i tuoi cercavano di costruire il tuo perché, e tutto il resto era solo il mondo che ruggiva. E tu non eri pronto per affrontarlo. Ma quel posto è rimasto lì e rimarrà per sempre lì, in una sconfinata pianura di oggetti morti, falsi miti e un mucchio di buoni propositi sotterrati a rigore di logica, quando c'era da far spazio alla banalità che ti pagava da vivere. Che ti paga da morire.
C'è un posto, nella tua anima, dove puoi andare ogni volta che ne senti il bisogno.
Ma non è facile arrivarci, giungere a quel livello di calma che consente di aprire la serratura e poi richiuderla, e decidere spontaneamente di tornare a casa. Da te.
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